Diversi mesi dopo la fine della “One Year Mission” che ha visto l’astronauta Scott Kelly impegnato in una lunga permanenza nello spazio, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, giungono i primi risultati preliminari della ricerca 2017 NASA Human Research Program Investigators’ Workshop, pubblicati sulla illustre rivista scientifica Nature.

Scott ha trascorso ben 350 giorni consecutivi nello spazio (stabilendo un record di permanenza ininterrotta per un astronauta americano) mentre, nello stesso periodo, il fratello Mark è rimasto a Terra; anch’egli astronauta, nell’era del programma Shuttle, ha trascorso tuttavia molto meno tempo del fratello nello spazio. Tirando le somme delle varie missioni alle quali hanno preso parte, Scott ha vissuto nello spazio per 520 giorni, mentre il gemello Mark (quello coi baffi nella foto) solamente 54 giorni.

Lo studio è ancora in corso ma i primi risultati parlano chiaro: “Scott ha subito notevoli alterazioni nell’espressione genica e nella metilazione del Dna

Cosa significa?

I geni di Scott si sono comportati in modo diverso rispetto a quelli del fratello gemello; in particolare, le alterazioni riscontrate nel suo patrimonio genetico sono piuttosto simili a quelle che si osservano in individui i quali, pur non avendo mai affrontato lunghi viaggi spaziali, sono sottoposti ad importanti cambiamenti ambientali o a forti mutamenti nella dieta e nelle abitudini del sonno: per essere sintetici, mutamenti riscontrati in persone sottoposte a forti stress.

A cosa è dovuto?Principalmente dallo stress alimentare, assunzione di particolari cibi (liofilizzati) e ad una condizione di sonno totalmente diversa in micro-gravità.

Christopher Mason
Christopher Mason, credits: tedmed.com

«Anche se i dati non sono ancora completi, non ci sono dubbi che le condizioni genetiche dei due gemelli risultano adesso differenti» – ha spiegato Christopher Mason, genetista alla Weill Cornell Medical College di New York.

 

 

 

Lo studio

Gli scienziati si concentreranno adesso per capire se le variazioni vanno imputate principalmente alla permanenza nello spazio in sé o solamente ai fattori naturali (alimentazione e riposo): fattori che inciderebbero anche sulla Terra, così da escludere l’intervento di fenomeni come le radiazioni cosmiche.

Un tornaconto per l’umanità

La ricerca sarà fondamentale per capire quali contromisure adottare per eventuali missioni su Marte ma ci saranno importanti riscontri nelle tecnologie mediche: si potrà studiare meglio il nostro patrimonio genetico per comprendere e magari prevenire le mutazioni che portano ad alcune patologie.

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Nato a Foggia, frequenta il corso di laurea in Scienze Geologiche presso l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari. Appassionato di astronomia e giornalismo si dedica alla divulgazione scientifica intervistando diversi personaggi della scienza come gli astronauti Umberto Guidoni e Maurizio Cheli e l'astronomo Alan Stern della NASA. Scrive per "Le Stelle", la rivista astronomica fondata da Margherita Hack, "HuffPost Italia" e "Il Messaggero". In passato ha collaborato con "BBC Scienze" e "l'Espresso". Nel 2016 il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l'Associazione Italiana del Libro gli hanno conferito il Premio Nazionale per la Divulgazione Scientifica.

1 COMMENT

  1. Ci vorrà molto tempo per analizzare e comprendere tutti i dati. Queste ricerche potranno portare a scoperte importanti sull’attività dei geni e sui processi chimici del DNA, e questo sarà utile sia nello spazio che sulla Terra. Di certo è molto affascinante immaginare questa ricerca come un tassello propedeutico all’ipotetico sbarco dell’uomo su Marte previsto per i prossimi anni ’30! Chi vivrà, vedrà!

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