Particelle Spaziali
Particelle Spaziali, credits: geosociety.org

E se ad intasare le nostre grondaie non ci fossero solo foglie, rami e oggetti di provenienza terrestre ma anche polvere di stelle? Stando ai risultati di una ricerca pare proprio che sui tetti delle nostre abitazioni precipiti della polvere stellare, quel che resta dopo che le meteoriti si disintegrano totalmente o parzialmente nell’ingresso in atmosfera. L’idea di cercare micrometeoriti sui tetti è nata da Jon Larsen, un norvegese appassionato di scienza, ideatore di un’iniziativa chiamata Project Stardust (Progetto Polvere di stelle).

Jon ha coinvolto così i ricercatori Matthew Genge dell’Imperial College di Londra, Matthias Van Ginneken dell’Università di Bruxelles e M.D. Suttle dell’Imperial College di Londra. Gli scienziati hanno preso in esame i tetti di Parigi, Oslo e Berlino, in particolare solo gli edifici con almeno “cinquant’anni di età”: hanno analizzato così circa 300 kg di polvere su una superficie totale di 30.000 metri quadrati e, utilizzando il magnetismo (le particelle cosmiche contengono minerali che le rendono magnetiche), i ricercatori hanno catturato 500 granelli di natura cosmica.

Si tratta infatti di micrometeoriti dalla forma a dir poco sferica o quasi, a base di silicati come le olivine; le dimensioni di ciascun granello si aggirano tra i 300 e i 400 micrometri tranne alcuni, più grandi della media, intorno ai 10 micrometri. Queste particelle si sarebbero formate durante il rientro in atmosfera alla straordinaria velocità di 12 km al secondo; ma di micrometeoriti il pianeta ne è pieno, dunque cosa c’è di interessante nella polvere trovata? Tanto per cominciare l’età, dicono gli esperti, poiché la polvere stellare raccolta è decisamente recente rispetto alle micrometeoriti rinvenute in Antartide e, con l’ausilio del microscopio, si è scoperto che differiscono anche nella struttura.

Campioni
Credits: geologicalsociety.org

Le sfere oblunghe, forma tipica delle micrometeoriti di silicati, fondono per attrito nell’alta atmosfera intorno ai cento chilometri di quota: in parte si vaporizzano, mentre quel che resta assume una “linea” approssimativamente aerodinamica. Superata la parte critica, le sferule si raffreddano e vetrificano mantenendo l’aspetto di “gocce” dalle dimensioni di pochi millesimi di millimetro (foto in alto). Caratteristiche differenti dai campioni che siamo abituati a conoscere; a cosa è dovuta questa diversità? Nel tempo, parliamo di milioni di anni, le orbite dei pianeti cambiano, e dunque con esse anche le influenze gravitazionali sulle particelle cosmiche che impattano con velocità diverse nell’atmosfera, riscaldandosi a contatto con questa e plasmandosi in modalità differenti.

“Tutto questo è importante perché se cerchiamo fossili di polvere cosmica proveniente dal passato per ricostruire la storia geologica del nostro Sistema solare, abbiamo bisogno di capire come questa polvere è cambiata dalla continua forza esercitata dai pianeti” – ha dichiarato Matthew Genge.

La ricerca è stata pubblicata il 4 novembre 2016 su Geology, la rivista della Geological Society of America.

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Nato a Foggia, frequenta il corso di laurea in Scienze Geologiche presso l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari. Appassionato di astronomia e giornalismo si dedica alla divulgazione scientifica intervistando diversi personaggi della scienza come gli astronauti Umberto Guidoni e Maurizio Cheli e l'astronomo Alan Stern della NASA. Scrive per "Le Stelle", la rivista astronomica fondata da Margherita Hack, "HuffPost Italia" e "Il Messaggero". In passato ha collaborato con "BBC Scienze" e "l'Espresso". Nel 2016 il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l'Associazione Italiana del Libro gli hanno conferito il Premio Nazionale per la Divulgazione Scientifica.

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