La nuova struttura all’avanguardia nell’immunoterapia oncologica è stata presentata ieri a Siena, in occasione del XV congresso interazionale del NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori). Si chiama CIO (Centro di Immuno-Oncologia) e si prefigge l’obiettivo di diventare in breve tempo il punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione di questo tipo di terapia. Al momento al CIO sono in atto almeno 40 tipi di sperimentazioni diverse nel campo immunoterapico.

Entro il 2017 si conta di arrivare ad inserire nei programmi sperimentali almeno il 75% dei più di 3000 pazienti valutati dei medici della struttura. Come già accaduto in passato, Siena si pone alla guida della ricerca nel campo oncologico.

L’importanza dell’immunoterapia

In un mondo come quello attuale, dove un numero sempre crescente di pazienti si trova a dover affrontare questa malattia, appare evidente l’importanza di trovare delle soluzioni valide al problema. Le possibilità che la medicina utilizza di routine per il trattamento di tumori vanno dalla chemioterapia alla radioterapia, passando per la rimozione chirurgica di diverse neoplasie solide. Ma queste, spesso, non sono sufficienti.

Siena e l'immunoterapia oncologica
Ph: nature.com

L’immunoterapia è un campo molto interessante che sta conquistando, a suon di buoni risultati, un seguito sempre maggiore. Non a caso è considerata una tra le tecniche da sviluppare per portare avanti una lotta, quella al cancro, nella quale ogni giorno si cerca di guadagnare anche la più piccola delle speranze. L’idea alla base di questa metodica è un po’ quella che è alla base dei vaccini. Si cerca di “educare” il sistema immunitario di un paziente a reagire contro quelle cellule che sono sfuggite ai normali controlli dell’organismo.

Come funziona questa tecnica

Come si può educare il sistema immunitario? Sicuramente non è così “semplice” come produrre un vaccino. Si tratta di tecniche che prevedono il prelievo di cellule del sistema immunitario (linfociti T e B su tutte) che dovranno subire una ingegnerizzazione prima di essere reinserite nel paziente dove, si spera, vadano ad attaccare il loro bersaglio. La possibilità di rendere queste cellule altamente reattive contro uno specifico bersaglio si basa sul fatto che le cellule tumorali esprimono sulla propria superficie degli antigeni chiamati TAAs (Tumor-associated Antigens) oltre che dei peptidi particolari, i quali possono essere studiati e presi come bersagli da assegnare ai linfociti. Il motivo è molto semplice. Le cellule sane non possiedono questi marcatori quindi non verranno attaccate dalle cellule immunitarie. Inoltre è possibile modificare i linfociti in modo che vengano maggiormente espressi e che non vengano limitati da specifici fattori, così da innescare una risposta immunitaria più aggressiva.

Una delle caratteristiche che contraddistinguono una cellula tumorale è proprio l’abilità di questa di eludere il sistema immunitario. Non a caso pazienti immunocompromessi, qualsiasi sia la causa di questa compromissione, mostrano una propensione molto maggiore della norma allo sviluppo di tumori. Condizioni di questo genere, però, vanno tenute in conto quando si pensa di affidarsi a questo tipo di terapie. In questi pazienti infatti, l’immunoterapia incontra numerose difficoltà. Questo fenomeno si presenta poiché le loro cellule immunitarie vanno incontro precocemente a morte e non hanno il tempo materiale per poter agire.

I dettagli dell’immunoterapia

Per indirizzare le cellule del sistema immunitario si è puntato molto su due bersagli: il primo è CTLA-4 (Cytotoxic T-Lymphocyte Antigen 4; CD152), un recettore della famiglia delle Immunoglobuline con funzione inibitoria sulla crescita e proliferazione dei linfociti. Nel trattamento del melanoma metastatico si utilizza un farmaco, l’Ipilimumab, per sopprimere l’attività di questa immunoglobulina permettendo una minore regolazione della crescita delle cellule dell’immunità. Sulla stessa falsa riga si è cercato di limitare tale regolazione agendo su un altro peptide, il PD-1 (Programmed Death-1; CD 279).

Colpire PD-1 per far crescere i linfociti
Ph: researchgate.net

Il PD-1 generalmente ha la funzione di impedire eventuali reazioni auto immuni, deviando verso l’apoptosi i linfociti eccessivamente reattivi. Va da sé che la soppressione mediante farmaci (come il Nivolumab, già disponibile nel nostro Paese) di questa regolazione non è affatto priva di rischi. Non a caso per la sperimentazione di questi farmaci sono stati scelti dei tumori altamente invasivi, metastatici e mortali.

Per quali tumori è possibile utilizzare queste tecniche?

Al momento i tumori trattabili con l’immunoterapia sono essenzialmente due: il melanoma metastatico e il carcinoma polmonare non a piccole cellule . Il CIO si propone proprio di lavorare per implementare il numero di tumori per i quali rendere disponibile la terapia. Proprio in questo senso si è voluto optare per una maggiore inclusione nei programmi di ricerca di crescente numero di pazienti, così da permettere di acquisire una mole di dati sufficiente per individuare nuovi farmaci e nuove terapie contro una più vasta gamma di tumori.

Il cammino del CIO è solo all’inizio, ma la passione e lo sforzo dei ricercatori è sempre massima. La lotta al cancro è dura ma le persone che si battono per trovarvi un rimedio sono tante e più agguerrite che mai.

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