Lanciata nel 1977, ha raggiunto lo spazio interstellare nel 2012; i suoi motori, spenti negli anni ’80, sono stati riattivati con successo per orientare le sue antenne verso la Terra; se andrà a buon fine la manovra consentirà alla sonda altri tre anni circa di autonomia.

Voyager I, dopo aver rivoluzionato la storia dell’astronomia lasciandoci scoprire decine di satelliti (e inviandoci informazioni su Giove, Saturno, Urano e Nettuno), viene considerata oggi come il manufatto umano che ha raggiunto la distanza più lunga nello spazio: si trova infatti a ben 21 miliardi di chilometri; l’annuncio venne dato con due anni d’anticipo (nel lontano 2010) ma l’uscita dal nostro Sistema Solare venne confermata solamente nel 2015. Ancora oggi la strumentazione a bordo della sonda viene utilizzata per studiare “i limiti a noi sconosciuti”.

Voyager I
Le fasi di costuzione di Voyager I, credits: voyager.jpl.nasa.gov

Un grande successo ingegneristico

“È come tentare di riavviare una macchina rimasta a lungo in garage: non ti aspetti che possa ripartire” – dichiarano, stupiti e soddisfatti, gli esperti del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena.

Il tentativo di accensione è avvenuto il 28 novembre ma la conferma è arrivata dopo 19 ore e 35 minuti: un’antenna del Deep Space Network di Goldstone (California) infatti ha ricevuto il segnale di ritorno. Un lavoraccio che, come ha raccontato il responsabile Chris Jones, ha richiesto l’analisi del software di Voyager I, programmato naturalmente con un linguaggio obsoleto ai giorni nostri; il prossimo gennaio i quattro propulsori sostituiranno i precedenti, completamente fuori uso dal 2014. Se il tutto andrà a buon fine, il JPL eseguirà la stessa manovra sulla Voyager 2, la sonda ”gemella” i cui propulsori sono in stato migliore.

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Nato a Foggia, frequenta il corso di laurea in Scienze Geologiche presso l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari. Appassionato di astronomia e giornalismo si dedica alla divulgazione scientifica intervistando diversi personaggi della scienza come gli astronauti Umberto Guidoni e Maurizio Cheli e l'astronomo Alan Stern della NASA. Scrive per "Le Stelle", la rivista astronomica fondata da Margherita Hack, "HuffPost Italia" e "Il Messaggero". In passato ha collaborato con "BBC Scienze" e "l'Espresso". Nel 2016 il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l'Associazione Italiana del Libro gli hanno conferito il Premio Nazionale per la Divulgazione Scientifica.

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